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In una logica di “dolore edonistico” filtrato dalle
sovrastrutture mentali contemporanee, Les pecheurs di Roberta
Fanti appaiono come interpretazioni estetiche, patinate, glamour
quasi come foto di moda, della punizione fisica che redime,
concetto fondante della religione cattolica.
Attraverso forti rimandi alla storia dell’arte dove scene
cristologiche di passioni e martiri infondono piacere più
che repulsione - il bellissimo S.Sebastiano del Mantegna o l’
estasi di Santa Teresa del Bernini – Roberta Fanti crea
immagini di grande impatto visivo percorse dal sottilissimo
confine tra spiritualità e piacere, dove corpi nudi,
perfetti e incatenati si affiancano a interventi narrativi di
preghiere in latino.
Atti di penitenza e di dolore, rappresentazioni della sofferenza
come espiazione dei peccati, oppure visualizzazione di quelle
pulsioni recondite, oscure, che facciamo fatica ad accettare?
In linea con la dualità che abbiamo dentro dettata dalla
schizofrenia del nostro tempo, Les pecheurs giocano su un doppio
livello di lettura, coppie antitetiche di significante - passione/piacere,
spiritualità/carnalità, sacro/profano, antico/moderno
- all’interno delle quali lo spettatore, protagonista
attivo di questo scenario, ha il compito di decidere dove finisce
la penitenza ed inizia il piacere, quando alla sacralità
della sofferenza sostituire la sacralità del piacere.
“Tende, la bellezza alla sfericità
[ ]”
Maria Zambrano, scrittrice
2006, Isabella Falbo, A Certain Form of
Heaven
Il lavoro di Roberta Fanti si pone da
anni su di una linea di raffinata riflessione concettuale
dove l’asciutto minimalismo della dimensione poetica
si sposa alla capacità di comporre installazioni eclettiche
di rara eleganza e misura. Quindi la dimensione del puro pensiero
si rapporta all’universo sensoriale alla ricerca di
una dimensione di quiete e di pura contemplazione, privata
del tumulto di una passione troppo accesa e viscerale. Dopo
una serie di opere in cui si manifestava una predominanza
concettuale nell’uso di toni e tinte essenziali ed una
chiara tendenza aniconica, più ispirata alla ritmicità
decorativa della tradizione orientale che a quella occidentale,
dove l’astrazione è quasi sempre rimpianto dell’immagine,
negli ultimi lavori, oggetto di questa personale, l’artista
pare concedere qualcosa in più alla dimensione figurativa,
pur mantenendo sempre un rigoroso controllo dell’insieme
compositivo. Le stampe laser su plexiglass che costituiscono
la serie de “Le martyre des saints” giocano sul
dualismo e l’antiteticità di inquadrature poste
a speculare confronto per approdare ad una armonia tra gli
opposti, ad una dimensione di quiete e di atarassia : da un
lato immagini, raffinate e non cruente, di sofferenza e di
costrizione, dall’altro icone, volutamente enfatizzate
nelle misure e nelle tinte, di elementi floreali emananti
un senso di soavità e di liberazione.
2006, Edoardo Di Mauro, “Le
martyre des saints” (personale)
È impossibile considerare l’ordine
che Roberta Fanti impone allo spazio senza ripercorrere la
struttura labirintica che accomuna l’evoluzione dei
suoi lavori nel suo percorso artistico. I suoi oggetti, le
sue installazioni, gli interventi, gli acrilici su tela, oscillano
continuamente tra termini di opposizioni nette che si manifestano
in composizioni in cui segmenti e curve trovano il loro equilibrio
secondo un elemento ordinante che agisce da mediatore e catalizzatore
dell’opera.
Le composizioni su tela diventano planimetrie in cui l’opposizione
“retta” – “curva” trova la sua
guida nella tenue mediazione dei colori pastello e viene guidata
dalle tonalità raffinate e diluite, e le trame spigolose
di textures dalla natura rigida ed angolare sfumano in sinuosità
morbide attraverso il principio ordinante di una delicata
scelta cromatica.
Le composizioni forzano lo spazio utilizzando l’opposizione
, e quindi il conflitto, come strumento di modellazione; tuttavia
le scene descrivono una situazione immobile, spesso irreale
e sognante, in cui tutto è già accaduto ed ogni
dramma conflittuale, se c’è stato, ha già
avuto luogo.
Roberta Fanti propone la sua personale soluzione al problema
dell’armonia degli opposti. Anzichè convergere
verso un punto di equilibrio, le sue composizioni cercano
l’enfatizzazione del conflitto ed utilizzano poi un
elemento esterno all’opposizione per modularne il contrasto.
Lo spazio forzato in cui si chiude il circolo ansiogeno della
conciliazione degli opposti è dominato dal silenzio,
la vera essenza di una conflittualità risolta. Un silenzio
ovattato che avvolge e paralizza ruoli già assegnati
e consolidati, che nasce dallo spazio ma insieme lo immobilizza,
diventa collante ed elemento stesso degli oggetti che ingloba.
Il gioco degli opposti ha tanti concorrenti ma nessun vincitore.
La morbidezza dei cuscini, chiaro invito alla riflessione
o subdola trappola paralizzante cede spazio alla rigidità
degli spigoli di tavoli essenziali, freddi come scolpiti nel
ghiaccio; l’invitante feticismo delle corde (agente
costrittivo), l’azione negata, la compiaciuta consenziente
rinuncia alla responsabilità dell’agire affiancano
una composizione puntiforme, senza dimensioni e quindi senza
costrizione alcuna; principio femminile (con una sfumatura
remissiva) e principio maschile (propositivo) si fronteggiano
seducenti ma equidistanti (ed equilibrati) in un ruolo che
si consolida esattamente nell’oggetto che lo stabilisce
(la frusta). Il tema della seduzione si interseca sinistramente
con quello del sacrificio (fruste, legacci, nodi) ma rimane
lontano, a temperature da spazio profondo, come per stabilire
un’opposizione “qui” – “altrove”,
un altrove di corpi e volti che si offrono, consapevoli e
rassegnati, in silenzio.
2006, Mauro Paterlini, Secret Room
(personale)
La ricerca di Roberta Fanti, matura e riflessiva, ha caratteristiche
allo stesso tempo di forte drammaticità e di delicata
liricità, perché il tema (anche se probabilmente
molto sentito personalmente) viene visualizzato non con interventi
direttamente performativi ma attraverso il medium della fotografia
e l’utilizzazione di immagini scelte e prelevate dall’immenso
repertorio iconografico di internet , e cioè da una
realtà virtuale pervasiva. Le immagini di corpi femminili,
e più precisamente di frammenti di corpi , con scorci
e definizioni di carattere anche feticistico, per lo più
imprigionati in crudeli lacci o cinture, diventano elementi
emblematici di una condizione perversa e ambivalente di sofferenza
e piacere all’incrocio fra masochismo e sadismo, che
però riescono ad assumere valenze esistenziali che
vanno al di là della tensione puramente erotica. Per
arrivare a questo risultato, in qualche modo sublimante, Fanti
utilizza una tecnica ben studiata di neutralizzazione delle
pulsioni primarie attraverso un gioco di connessione e contrapposizione
di queste immagini choccanti con immagini naturali di estrema
purezza e di forte connotazione simbolica. Si tratta di foto
in primo piano di fiori estremamente emblematici in rapporto
alla dimensione femminile: la rosa (simbolo della bellezza
che si apre all’amore); il giglio (simbolo della purezza
in tutti i sensi); del narciso (simbolo bisessuale della autoreferenzialità
estetica e erotica).
I suoi lavori si presentano come una sorta di narrazione iconica
fotografica, con due immagini giustapposte, che innescano
in chi guarda una forte tensione mentale e emotiva che non
trova mai una risposta tranquillizzante, ma che al contrario
suscita un’inquietudine estetica carica di energia estetica
ambivalente. La sola possibile via d’uscita suggerita
dall’artista, per lei sicuramente fondamentale, è
quella di una trasposizione di questa problematica “carnale”
(e addirittura violentemente “bestiale”) sul piano
della purificazione di matrice religiosa. E questa indicazione,
in effetti, è esplicitamente presente, in una serie
di lavori in cui le immagini di violenza sadica sui corpi
femminili sono accompagnate da citazioni di testi sacri (riportati
in latino) che rimandano a una possibile redenzione di tipo
spirituale.
2006, Francesco Poli, Trait-d’Union
Roberta Fanti cammina sul sottile confine tra sacrificio e
santità, dolore e piacere, sadismo e masochismo…
accosta immagini che costruiscono percorsi semantici filosofici
e psicologici… attraversa antichi scenari religiosi,
riti orientali, mondi onirici e primitivi abitati da animali
che vivono su di una terra in cui ancora non è comparso
l’uomo, colpita da fulmini ed avvolta dalle tenebre.
Realizzati con una perfezione assoluta, lucidi e puri, i
suoi lavori evocano primordiali stati d’animo confusi
tra desideri, istinti, ansie e predizioni, e restituiscono
all’uomo, attingendo dalle sue stesse ossessioni tradotte
in oggetti visivi con la fotografia e l’elaborazione
digitale, il suo magma umano misto di intelletto e paure antiche.
Nella serie “Les Pécheurs”, immagini cupe,
rosee carni torturate nel buio, come risorte da un medioevo
richiamato a vivere, si accostano a frasi latine tratte da
preghiere e testi sacri e ne acquistano senso, e ne accentuano
lo stridore… qualcosa di terribile ed incantevole allo
stesso tempo… un Dio che ha perso la sua funzione protettrice…
il piacere che si realizza oltre ai sacri precetti, oltre
alla colpa, oltre al dolore, al castigo ed alla salvezza,
ed allo stesso tempo, la sofferenza cui l’inganno di
un Dio falsamente buono ha condotto gli uomini. Forte è
il contrasto tra la tecnica utilizzata di impatto assolutamente
contemporaneo, stampa lambda su alluminio di immagini fotografiche
provenienti da internet ed altre da lei stessa scattate, e
la scelta del contesto storico-religioso, che acuisce e risveglia
le sensazioni ambigue giocate tra alternati stati d’animo.
Il terribile incanto si ripete anche in “Japanese Food”.
Grandi opere dai colori accattivanti ed ammaliatori, cibo
a cui il gusto non resiste, donne asiatiche dalle bocche carnose
e desideranti, o dai corpi legati, offerte come oggetti, e
poi toni sfumati… sempre tre immagini che ne formano
una, sempre associazioni, sempre contrasti. Sempre quel senso
dell’inganno che si avverte nel lavoro della Fanti,
il doppio gioco, qualcosa che da un lato ti chiama e dall’altro
te ne mostra la parte cattiva, sempre corpi eletti a simboli
come pagine bianche su cui segnare, più o meno consapevolmente,
perversioni miste a desiderio. Il cibo giapponese, che porta
con sé una lunga storia filosofica, quasi ossessiva,
di piacere estetico e di equilibrio visivo, ancor prima che
del gusto, e quel particolare strano mondo della sessualità,
in cui spesso il corpo femminile altro non è che oggetto
di sadismo e perversione, insieme già nella cultura
nipponica in molti dei suoi riti, viene riletto dalla Fanti
accentuandone in modo seppur caramelloso e dolciastro gli
aspetti più crudi, riconducendoli ad una realtà
fatta di ingannevole bellezza oltre alla quale si avverte
in paritario modo il desiderio, sia esso rivolto al corpo
od al cibo. Ne consegue che la figura femminile risulti oggettivizzata
al pari di ogni altro elemento delle sue opere. Non si avverte
alcuna critica, da parte dell’autrice, allo stato delle
cose che lei vuole rappresentare, ma soltanto la volontà
di portare chi guarda, attraverso l’associazione visiva
di tre momenti accostati, a riflessioni che possono di volta
in volta oscillare tra le varie e contrastanti ipotesi e di
lasciare ad ognuno la libertà di ogni pensiero.
Così anche per “The Creation”, la rappresentazione
di una terra che ancora non conosce l’uomo, libera e
terribile, in cui la forza della natura, pur nella sua bellezza,
risulta oscura e minacciosa. Siamo nuovamente confusi tra
la potenza meravigliosa e la paura ancestrale. Ed ancora è
consegnata a noi qualunque conclusione cui possiamo giungere,
passando spesso attraverso la sessualità, questa volta
mediata da simboli meno espliciti ma non meno forti…
il serpente… il fulmine… il fiore.
Il titolo della mostra, Closers, è nato dal lavoro
della Fanti che prende di volta in volta significato attraverso
l’associazione e l’accostamento di più
immagini da leggersi in sinergia. Closers come le cose che
hanno affinità tra loro, che vivono una accanto all’altra…
come ogni fotogramma delle sue opere.
2007, Maria Vittoria Berti, Closers
Di mondi oscuri e profondi, dei luoghi dell’anima e
del corpo, dell’immaginazione e delle sue corse verso
il buio, di ciò che non vorremmo vedere… Roberta
Fanti ci libera gli occhi dalle mani che vi teniamo ostinatamente
davanti per ripararci dai mostri che pensiamo di poter nascondere
a noi stessi. Le sue immagini vengono da un profondo che lei
per prima non nega a sè, elaborate fino ad assumere
una dimensione accettabile e possibile, patinate, lucidate,
rese esteticamente perfette. Il risultato non può che
farsi accattivante, nella sua duplicità: meraviglia
e paura, oscurità e luce. Se siamo catturati senza
scampo dall’equilibrio compositivo, dal colore, che
lei usa in ambiente tecnologico come mestiche studiate a fondo,
e dalle forme, siamo allo stesso tempo turbati dal significato
forte che ognuna delle sue opere racconta. E’ sottile,
la Fanti, nel richiamare i nostri sensi con l’esteriore
bellezza di immagini a metà tra il fotografico ed il
digitale, per raccontarci poi dei mostri che ognuno di noi
tiene celati in sé e cerca di occultare alla sua stessa
vista. Dalla luce alle tenebre, in un viaggio inverso, oppure
la luce delle tenebre, la bellezza delle tenebre, il fascino
delle tenebre… il richiamo forte di ciò che si
teme… la misteriosa voce del buio, il canto delle sirene
di Ulisse…
Il processo narrativo di Roberta Fanti è molteplice:
non solo lavora sugli opposti stati d’animo, ma sull’associazione
di più immagini da leggersi in sinergia tra loro. Un
intreccio semantico costruito di volta in volta tramite accostamenti
simbolici, opere che si capiscono solamente mettendo in relazione
i diversi momenti visivi di cui sono composte. In ognuna delle
sue serie di lavori, ciascuna opera è costituita da
più immagini quasi sempre in differenti pannelli che
cedono l’una all’altra valori e senso, che acquistano
un concetto unitario proprio attraverso questo particolare
modo compositivo.
Poi il resto, qualunque pensiero, giudizio o ipotesi, è
affidato unicamente a chi guarda: libero di molteplici e possibili
proiezione del sé, libero di accettare o rifiutare,
di lasciarsi portare dal turbamento o di negarlo, di farsi
ammaliare o respingere, lo spettatore non è mai convogliato
dall’artista verso un’idea piuttosto che un’altra.
La Fanti crea opere libere che tali devono rimanere, costruisce
relazioni che si fanno di volta in volta, a seconda di ciascun
fruitore, diverse tra loro, ognuna possibile.
In mostra due importanti serie di opere: “The Creation”
e Japanese Food”. Nella prima si agitano le forze libere
di una terra magnifica e terribile, terra che ancora non conosce
l’uomo… si muovono e si spaccano il suolo e le
rocce, il mare è impetuoso, il buio è impenetrabile,
gli animali lottano tra loro con ferocia…acqua, aria,
fuoco e terra allo stato puro, senza contaminazioni, nella
foga della natura che si libera e si impone. La Fanti risveglia
e richiama le nostra paure ancestrali, lega tra loro simbologie
legate alla nascita, allo stato primordiale ed angoscioso
di luoghi avvolti da tenebre e sconvolgimenti, e ci presenta
tutto questo velato di una lucidità assoluta, di un
nero in cui ci si specchia, accostando i blu profondi ai verdi
intensi, il pallore lunare alle tenebre.
“Japanese Food” fa ancora richiamo al piacere
ed al legame che esso ha con il dolore, con quel luogo annidato
dentro ognuno di noi in cui la parola “piacere”
si impasta con desideri mai confessati, confusi nella moltitudine
di sentimenti contrari ed inespressi. La lettura ed i riferimenti
si ottengono da diversi piani semantici: il colore, le associazioni
visive, la forza delle immagini. Non si tratta di un semplice
accostamento tra sesso e cibo, ma di infinite concordanze
tra la fruibilità del cibo e quella del corpo, tra
il consumo dell’uno e dell’altro, tra l’oggetto
“cibo” e l’oggetto “donna”,
tra la cultura europea e la cultura asiatica, tra la ricercatezza
dell’estetica che in quella cultura coinvolge ogni ambito
della vita abbracciando l’ossessiva e maniacale presentazione
dei cibi e delle suppellettili e lo stesso ossessivo e maniacale
culto del corpo femminile. Si possono fare infinite speculazioni
filosofiche sulla condizione della donna e della sua strumentalizzazione
nei paesi asiatici, sul rapporto tra il desiderio e la paura,
tra ciò che è espresso e ciò che è
recondito…
Rimane la meravigliosa duplicità di ogni opera di Roberta
Fanti, l’accattivante e morboso gioco in cui ci trascina,
il duro senso che ci insinua dopo averci ammaliato con la
sua estetica lucida e ricercata, con la sua sublimazione esteriore
di ognuno dei suoi e nostri personali mostri.
2007, Maria Vittoria Berti, The Dark of
my Soul (personale)
Ferite, fiori innocenti, fulmini, mani, carne, masochismo
e seduzione. Una spirale inarrestabile di colore sgargiante
che diventa nero e buio. Dall’attrazione istintiva direttamente
si giunge alle nostre paure e alla religiosità che
ci serve per farvi fronte. Ed ecco comparire latinismi tratti
da tesi sacri e preghiere, quasi per chiedere scusa di tanto
desiderio messo in atto, di tanta intensità e passionalità
incontrollabile.
La serie The creation incarna un luogo dove l’uomo non
ha ancora messo piede, in cui la natura e gli animali senza
la contaminazione della complessità umana possono fungere
da protagonisti. Nella serie Japanese food, invece , si alterano
smaglianti e cangianti trilogie tratte da immagini web sulla
realtà nipponica. La trilogia come riferimento alla
divina trinità, o semplice accostamento in serie? L’ossessione
per il cibo che misteriosamente si trasforma tramite l’uso
del colore in attrazione erotica per corpi e bocche incise
alla perfezione, scolpite in estatico piacere, che sembrano
create apposta per essere desiderate. Il desiderio per la
bellezza femminile che muta in un disperato appetito: la donna
diventa un oggetto, al pari degli alimenti che le sono accostati,
ma senza che questo le crei sdegno o repulsione. Non emerge
una critica alla moralità o nei confronti del degrado
sessuale legato al corpo femminile. Le immagini non sembrano
immischiarsi all’etica sociale corrente, sembrano prendere
forma da un contesto con un proprio e indipendente apparato
concettuale, che segue altre regole e altri schemi di comportamento
sociale. L’attenzione è poi catalizzata da su
mano insanguinata, che la Fanti riprende da un’immagine
di guerra: un filo sottile che lega la mostra all’attualità,
ma che si snoda subito da essa, assumendo una forma quasi
sacrale e divina, evocando il martirio e il sacrificio della
religione cattolica.
Quell’ottica di immolazione ricorre nella serie Les
Pecheurs, con i suoi corpi umani avviluppati tra loro. Il
masochismo, la tortura, il bisogno di espiare qualcosa sono
tutte immagini collegate a queste fotografie, come momenti
di intensa e immancabile penetrazione del bene e del male,
senza la possibilità di districare la parte giusta
da quella sbagliata. Estensione dal giudizio, per un arte
che ci catapulta in un mondo di desideri infiniti, in spirali
che convogliano le parti più profonde e dimenticate
dell’anima.
2007, Giulia Cavallaro, Closers (personale,
recensione)
L'uomo contemporaneo si agita in una superficie monodimensionale.
Gli scetticismi del secolo scorso lo hanno privato della verità
di ogni contenuto di pensiero, costringendo ogni speculazione
ad infrangersi contro una superficie specchiante e muta. La
strategia delle immagini allontana il consumatore dal contenuto
del referente, svigorendone la vita fino a ridurlo ad esangue
immagine doppia: un simulacro. L'assuefazione globale alle
immagini, la trasformazione della società in una superficie
pixellata, consente al potere tecnocratico un illimitato controllo
sul comportamento umano digitalizzato, ridotto a dato statistico
da elaborare. Desideri, aspettative, speraze, passioni si
spersonalizzano nelle innervazioni dell'industria dello spettacolo,
diventano scosse nel silicio. L'eccesso raziocinante, forzando
la ragione alla logica del guadagno, ha bollato ogni domanda
rivolta su questioni fondanti come non-verficabile, immaginazione
prescientifica e pertanto sterile nella iperconcreta condizione
funzionale. Il mondo è una profondità tutta
in superficie. Nel migliore dei casi, all'artista e al pensatore
è consentita una passiva contemplazione estetica, languente
di debolezza nevrotica. Lo sforzo divincolante si muove all'interno
di questa epokè fenomenologica che ha messo tra parentesi,
probematizzandolo, ogni contenuto di verità del concetto
e della percezione, compresa quella del soggetto nella sua
riflessione. Questo sforzo si realizza nel recupero dell'artista
delle domande sull'essenza e sul senso. Rinunciando a verità
assolute, il senso di una domanda può ancora essere
lo scopo di una ricerca. Roberta Fanti adotta questo recupero
interrogandosi ancora sul senso del sacro. Le sue immagini
poetiche sono "tagliate" dalla superficie globale,
fotografate e scaricate dal bacino illimitato del web, rielaborate
in postproduzione. Sono messe in atto tutte le strategie pubblicitarie:
superficie patinata, psicologia del colore, feticismo dell'oggetto.
Tuttavia la seduzione non è funzionale all'acquisto
del prodotto, ma significa se stessa, stimola originarie pulsioni
umane senza dirigerle verso il supermarket. Con queste premesse,
il recupero del sacro si articola attraverso la sensualità,
il sentimento della bellezza, sollecitando il senso e i sensi
dell'osservatore.
Fanti redime l'immagine dal meccanismo dell'obsolescenza guidata
restituendola all'indagine spirituale. Nel suo percorso, tale
indagine si focalizza sulla dicotomia tra soggetto attivo,
fondatore di volontà con la propria coscienza libera,
e soggetto controllato, che trascende il primo; o, per meglio
dire, tra soggetto-soggetto e soggetto-oggetto. L'insolubilità
di questa parallasse nella percezione del soggetto si manifesta
nel potere esercitato dall'Ego dominante, e dalla vittoria
implicita del dominato, da cui il primo dipende per la direzione
dei suoi atti di volontà. Se questo esercita la sua
libera supremazia astraendosi, il soggetto dominato delega
la sua volontà all'altro da se, reificandosi in un'assolutezza
oggettivamente polarizzata, nel cedere la propria incarnazione
al mondo ed elevando, per riflesso, lo spirito. Un esame analitico
della psicologia dei comportamenti umani rinverrebbe entrambi
i momenti opposti in ogni atomo d'azione: nel dono, nel dialogo,
dov'è necessaria l'alternanza di un momento attivo-informativo
e di uno passivo-ricettivo; persino nella carità. Così,
la loro coesistenza converge verso lo Spirito e si ancora
reciprocamente nel paradosso della carne.
Con la coscienza sospesa nella mediazione, l'essenza è
richiamata come nostalgia della perfezione, come lontananza
di una bellezza neoclassica, latente nelle immagini di Roberta
Fanti; la luna mostra il suo lato oscuro nell'incommensurabilità
della sua sfera, come avviene nella Melancolia I di Durer.
Una ricerca la cui speranza d'approdo è il pipistrello
che sbatte contro i muri e il soffitto marciti nello spleen
baudelairiano.
Anche i momenti narrativi sono parzialmente suggeriti da frames
cinematografici che lasciano aperto l'enigma di pulsioni archetipiche,
attraverso istantanee di un delitto senza soluzione, immagini
intrise di sangue, la cui dispersione purifica il senso di
colpa di chi è ancora in vita ed aspira all'assoluto.
Tale aspirazione è frustrata nel suo esito, si muove
in un circolo ermeneutico avvicinandosi infinitamente al proprio
oggetto senza poterlo raggiungere. Fanti indaga trasversalmente
diversi misteri esoterici intorno agli enigmi dell'esistenza.
Nell'orientalismo sembra essere più attratta dall'istante
primigenio. Anche questo pallido mistero non emerge dall'oscurità
che l'avvolge. Si avverte come uno smarrimento nella narrazione
mitopoietica dell'attimo di creazione della vita. Ogni ipotesi
deve rinunciare al metodo scientifico per tornare ad un'alchimia
degli elementi della natura.
Nella superficie specchiante dell'esistenza ridotta ad immagine
transitoria, Roberta Fanti esplora poeticamente l'Enigma,
sfiorandone la bellezza terribile dei confini.
2008, Michele Bramante
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